I piaceri dell’arte amatoria

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racconto incesto lolita

Ricordai che mia madre qualche volta aveva accennato, con occhi sognanti, ad un Albergo che si chiamava appunto I Cacciatori Incantati. Sicuramente avrà espresso il desiderio, una volta uscita dalla Clinica di trascorrere qualche giorno in quell’Albergo.

Quello che speravo era che Hummy trovasse presto la strada perché facevo fatica a trattenermi e rischiavo di allagare la macchina. Finalmente, dopo essere passati per tre volte davanti allo stesso distributore di benzina, arrivammo al dannatissimo The Enchanted Hunters Hotel.

L’Albergo si trovava in un palazzo bianco all’interno di un parco e c’erano una infinità di macchine parcheggiate.
Un anziano inserviente nero in livrea mise i bagagli su un carrello e ci seguì all’interno.
“Wow” non potei fare a meno di esclamare in quanto si trattava proprio di un albergo con i contro fiocchi.

Mentre io mi ero fermata a fare le coccole ad un cocker spaniel con le orecchie nere che si sdilinquiva sotto le mie carezze, Hummy si era diretto al desk della Reception. Capii che ci dovevano essere dei problemi con la prenotazione ma alla fine tutto sembrò essersi appianato.

Salimmo in ascensore e arrivammo davanti alla porta della camera. Notai che aveva lo stesso numero di casa nostra. Entrammo: la stanza era abbastanza grande e bella ma c’era solo un letto matrimoniale.
“Dormiamo tutti e due in questa stanza e nello stesso letto?”
“Ho chiesto un lettino e ci dormirò io se vuoi…”
“Ma sei proprio matto…”
“Perché, darling?”
“Perché, daharling Hummy, quando la daharling Mummy lo scoprirà chiederà il divorzio e a me torcerà il collo…”

Atteggiandosi a persona seria, cercò ci convincermi che a tutti gli effetti era mio padre, che nutriva verso di me affetto e tenerezza e che, in assenza di mia madre, doveva provvedere al mio benessere.

“Poiché non siamo ricchi, viaggiando, io e te saremmo costretti, come ora, a dividere la stanza… questo potrebbe portare ad una sorta… come posso dire… una sorta di…”

“Se cerchi la parola giusta è incesto…”

Detto questo entrai in bagno perché non ero più in grado di trattenermi un secondo di più.

E bravo monsieur Humbert, pensai, hai architettato bene la trappola per l’ingenuo (lo credi tu!) agnellino… Ma non hai pensato che la trappola scatterebbe anche per te? E’ vero che la mamma se la prenderebbe con me definendomi sgualdrina e accusandomi di averti fatto perdere la testa… ma sicuramente non sarebbe tenera nei tuoi confronti e non si farà scrupolo di portarti in Tribunale con l’accusa di aver abusato della tua figliastra dodicenne che ti era stata affidata…e basterebbe una mia parola per farti scontare una dura condanna… Cosa vuoi fare?

Metti pure in azione il tuo piano, ma quanto pensi possa valere il mio silenzio? Sta tranquillo le mie non saranno richieste esose, è già divertente tenerti in pugno sapendo di poterti ricattare a mio piacimento.

Stando così le cose era meglio non dire niente di Steve: doveva continuare a pensare che ero una ragazzina ingenua… C’erano però quelle allusioni che avevo fatto allo scopo di ingelosirlo. Gli avrei potuto raccontare che le mie compagne m’avevano coinvolto in certi giochetti… e avrei potuto tirare in ballo anche Charlie, il figlio tredicenne della direttrice: giocando al dottore e l’ammalata mi aveva fatto delle cose che mi vergognavo a riferire.

Sicuramente H.H. mi avrebbe chiesto se si trattava di quel ragazzino con i capelli rossi e la camicia verde che giocava con i ferri di cavallo nel prato davanti alla direzione e ritenendolo un moccioso insignificante si sarebbe sentito sollevato..
Mi sarei proprio divertita a inventarmi delle storie da raccontargli.

Tirandomi su le braghettine, mi venne da pensare che forse stava sbirciando dal buco della serratura e capii quello che provava Rose.
Quando ritornai in camera, Humbert, guardandomi con uno strano sorriso, venne vicino a me per abbracciarmi.
“Mettiamo da parte il gioco dei baci e andiamo a mangiare”

Continuando a sorridermi come chi ha in serbo una sorpresa ed è impaziente di coglierne l’effetto, Hummy si tirò su un lato mostrando una valigia aperta, piena di vestiti e altri indumenti per me.

“E’ la contropartita del silenzio?” mi chiesi, ma la curiosità era troppo forte: mi gettai sulla valigia tirando fuori tutto. Erano cose deliziose e potei subito constatare che erano proprio della mia misura. Corsi ad abbracciarlo e mi strinse a se. In quel momento sentii di volergli un mondo di bene: lui se ne accorse e mi domandò perché non lo baciavo. Mi ricordai quel bacio né carne né pesce che c’eravamo scambiati in macchina e mi divertii a provocarlo:
“Se ci tieni a saperlo, non sei affatto bravo”
“Insegnami…”
“Si, ma non ora…”

Tornai a rovistare nella valigia, finché Hum mi sollecitò a scendere in sala da pranzo.

Seduti al tavolo del ristorante guardai in giro. Erano quasi tutti anziani e c’erano anche degli ecclesiastici. Hummy mi spiegò che c’era una Convention religiosa. Continuando a girare lo sguardo attorno, notai un volto conosciuto e glielo indicai.

“Non pare anche a te che quello seduto nel tavolo in fondo con una vistosa giacca a quadri, sia spiccicato, ma proprio spic-ci-ca-to a Quilty?”
“Chi il dentista di tua madre?”
“Certo che no… parlo dello scrittore, quello che appare nella pubblicità delle sigarette…”

Non riuscii a trattenere uno sbadiglio e Hummy mi chiese a che ora ci svegliavamo alla colonia.
“Alle sei e mezza…”
“Penso allora che sarai troppo stanca per andare al Cinema” osservò, mentre dalla tasca estraeva un flacone di pillole. Rimasi colpita dal loro colore.
“Che strano colore: sono blu… anzi violetto… che contengono?”
”Cieli estivi, prugne fichi e…”
“No, seriamente… per favore…”
“Vitamina X: rendono forte come un bue… vuoi provarle?”

Non me lo feci dire due volte, tesi la mano e la mandai giù.

Sull’enciclopedia medica del padre, Mary Rose, che secondo me passava la notte a consultarla, aveva trovato il termine afroasiatico, no, afrodisiaco, che indicava una sostanza che aumentava il desiderio sessuale. Ero sicura che quelle pillole fossero proprio quello e monsieur Humbert le avesse prese in previsione della notte con me… ma neanche a me dispiaceva accrescere il mio desiderio sessuale.
“Ti stupirò mio adorato Hummy”

Certo non poteva essere stata la pillola ad avere un effetto così immediato, ma sentii veramente forte il desiderio di ritrovarmi a letto con lui… finsi perciò di avere ancora più sonno di quanto non avessi, adducendo come scusa che mi ero stancata molto la mattina vogando a lungo. Volevo anche rivelargli che non ero più vergine in modo che una volta arrivati in camera mi facesse sua senza troppi scrupoli.

Salendo in ascensore mi appoggiai a lui con la scusa che avevo sonno e sorridendogli gli sussurrai all’orecchio:
“Allora vuoi o non vuoi che ti dica quello che ho fatto?”
Humbert guardò imbarazzato le altre persone che erano in ascensore e sentii una voce intenerita:
“Cade dal sonno la piccola…”

Fingendomi sempre più assonnata mi feci quasi trascinare fino in camera e appena arrivati mi sedetti sul letto e con voce fintamente assonnata ripresi il discorso:
“Se te lo dico… mi prometti che non mi sgriderai…”
“Più tardi, Lo, ora mettiti a letto. Ti lascio dieci minuti…”
“Mi sono comportata come una ragazzaccia… lascia che ti racconti…”
“Domani, Lo, ora mettiti a letto e fa la nanna… da brava.”

E detto questo girò le spalle e uscì dalla camera lasciandomi un po’ interdetta. Proprio ora che avevo trovato il coraggio di parlare.
Rimasta sola, m’avvicinai alla valigia e tirai fuori quello che Hummy mi aveva comprato, provandomelo allo specchio. Quando m’infilai una camicia da notte, che mia madre avrebbe trovato coquette, provai una scena di seduzione che avrebbe infiammato il mio Humbert Humbert… a quel punto però mi ricordai una frase di mia madre nei miei riguardi: “…lei si vede come una starlette, ma non è niente più che una bambina poco attraente” A parte il poco attraente molto soggettivo, mi venne da pensare che anche H. H. mi aveva sempre visto come una bambina e ne era attratto. Chissà quante donne fatali avrà avuto e non le avrebbe certo cercate in me. A lui piaceva la piccola Lo con i calzini (Ah i calzini!) e l’aria ingenuamente disinvolta con cui mostrava le gambe fino all’orlo delle mutandine (“Dolores Haze, ne montrez pas vos jambes…“): questa era la Lo che Hummy amava e desiderava!
Preferii allora indossare la mia pudica camiciola infantile e andai ad infilarmi sotto il lenzuolo in trepida attesa che tornasse il mio amore.

Su uno dei romanzi proibiti, che Mary Rose riusciva a carpire nella biblioteca del padre, avevamo letto la storia di un certo Valmont, grande seduttore, che attira nel suo letto una ingenua fanciulla e riesce a farla sua senza che lei se ne renda conto, iniziandola a raffinate pratiche amatorie. M’immaginai che il mio Humbert avrebbe fatto lo stesso con me e mi augurai che tornasse presto perché tanto era il desiderio di essere sua.

Anche se non volevo, mi addormentai prima del suo rientro e quando la mattina presto (orario del Campo Q) mi svegliai, Humbert era al mio fianco e dormiva. Per un attimo mi venne il dubbio che avesse approfittato che ero immersa nel sonno, sicuramente molto profondo, per farmi sua. Mi toccai e sentii di escluderlo. Lo guardai in attesa che aprisse gli occhi. Avevo accantonato la scena di seduzione che avevo provato allo specchio, ma mi resi conto che dovevo proprio essere io a fare il primo passo.

Ed eccolo finalmente stiracchiarsi e aprire gli occhi: era quello il momento per me di entrare in azione. Gli rotolai accanto poggiando la testa sul suo petto. Sentii che mi carezzava i capelli e sollevato il viso lo baciai anche se ero indecisa se mostrarmi pratica oppure no. Dopo averlo baciato sulla bocca mi alzai sui gomiti e guardandolo con occhi furbetti dissi quella frase che mi ero preparata:
“Ti va di fare su e giù?”

Humbert sembrò impietrito e fece finta di non aver capito, o in effetti non aveva compreso quello che gli dicevo.
“E’ divertente… l’ho fatto al campeggio con Charlie… ma davvero tu non l’hai fatto quando eri ragazzo?”

Sempre più impacciato, negò di averlo fatto da ragazzo e allora io mi offrii d’insegnarglielo:
“Okay: adesso ti faccio vedere come si fa …”

Infilata la mano nel suo pigiama iniziai a smaneggiarlo fingendo poi meraviglia nel sentirlo crescere così. Gli dovevo dare la sicurezza che l’avevo fatto solo con Charlie che non doveva essere molto dotato. Come se poi non l’avessi già sentito contro le mie natiche quella mattina sul divano…
Quando m’accorsi che era pronto, mi lasciai cadere supina sul letto pronta ad accoglierlo, mormorando in cuor mio “vieni mio tesoro, fammi conoscere i piaceri dell’arte amatoria francese….”

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