Sono passati sette anni, eppure non la dimentico. Conobbi Nadia sette anni fa. Era un pomeriggio di maggio, ma le temperature erano decisamente estive. Faceva caldo. Io, come al solito, ero alla guida del mio furgone, pronto a recapitare i pacchi che i clienti ordinano online. E’ un lavoro stressante. I tempi di consegna sono assai stringenti. E quando non si riesce a rispettarli, talvolta per motivi indipendenti dalla mia volontà, i richiami verbali dei miei responsabili mi feriscono.
Quel pomeriggio di maggio erano ormai le 18. Dovevo effettuare l’ultima consegna in uno sperduto paese di campagna, dove, complice l’afa, il caldo era ancor più insopportabile rispetto alla città. La consegna, in realtà, era prevista per le 18,30. Ma quel giorno, cosa che capita assai di rado, ero leggermente in anticipo sulla mia “tabella di marcia”. Decisi, quindi, di provare a consegnare il pacco in anticipo, in modo da poter rientrare in azienda in perfetto orario.
Mi recai, quindi, a destinazione. La casa era una bella villetta a schiera, decisamente gradevole dal punto di vista estetico, caratterizzata dalla beltà di un vivace marmo bianco. Suonai il campanello. E mi apparve lei, una donna incantevole. Trattenni il fiato. Era di una bellezza unica, delicata e magnetica. Non era la classica “bonazza”. Aveva una silhouette perfetta, longilinea e armonica. Era di una femminilità pazzesca, sembrava una dea greca dal fascino simile a quello delle escort Torino sul sito di Sexyguidaitalia. Ma quel che più mi colpì fu il suo sorriso, genuino, autentico e per nulla forzato.
Gli occhi poi, così dolci e seducenti al tempo stesso, erano a dir poco magnetici. I suoi lunghi capelli la rendevano ancor più attraente. Restai letteralmente a bocca aperta. Lei capì di aver fatto colpo: non ci voleva un “premio nobel” per comprenderlo. Il mio volto era particolarmente affaticato dalla dura giornata lavorativa. Lei mi disse che suo fratello, in una città del Sud-Italia, faceva lo stesso mio lavoro.
Chiese, poi, se gradivo bere un goccio d’acqua. Accettai l’invito, anche perché, con quel caldo, non si poteva certo rifiutare. Iniziammo a parlare. Mi disse di essere single, che viveva ancora col marito (in quel momento in trasferta lavorativa) solo perché non aveva ancora trovato una sistemazione. Lei parlava con un’aria candida e dolce. E io mi sentivo sempre più attratto da lei. Indossava una tuta nera aderente, che esaltava le sue forme perfette e proporzionate. Aveva un lato “b” da urlo, un seno proporzionato al suo corpo.
Presi coraggio, la guardai negli occhi e le dissi: “Potrei risultare banale, ma non riesco a far altro che ammirare la dolcezza del tuo sguardo, il tuo sorriso candido, i tuoi lunghi e fluenti capelli. Sono venti minuti che parliamo, ma mi sembra di conoscerti da sempre: sei bellissima”. I nostri sguardi si incrociarono. Nessuno proferì alcuna parola. E scattò un dolce bacio. Io, solitamente abbastanza rude e deciso, mi sciolsi come neve al sole dinanzi a un bacio dolce e non spinto.
Il dolcissimo incontro delle nostre lingue, i suoi occhi che si aprirono al termine del bacio, mi fecero capire che, nonostante i 38 anni presenti sulla carta d’identità, stavo vivendo un autentico colpo di fulmine adolescenziale. Dopo il bacio di salutammo. Colpa mia, dovevo rientrare in azienda entro le 19,00. Ci scambiammo il numero di telefono. Ma da quel maledetto giorno, purtroppo, non l’ho più rivista.
Ci sentiamo frequentemente. Lei, nonostante il rapporto logoro col marito, vive ancora con lui in quella casa. Ci confidiamo le nostre vite. Ci diamo consigli. Per lei, temo, sono diventato solo un amico. Ci siamo dati appuntamento qualche volta, anche perché io, purtroppo, vivo una relazione tossica da anni con una donna che, a conti fatti, mi utilizza esclusivamente come bancomat. Ed ho difficoltà a organizzare uscite al di là del mio orario di lavoro.
Non viviamo nella stessa città. E le difficoltà per organizzare un incontro sono multiple. Qualche volta ho provato a organizzare un’uscita a cena. Ma lei, alla fine, ha sempre accampato scuse per non incontrarsi, rinfacciando, con la dolcezza che le è propria, che nella maggior parte delle circostanze sono io ad aver problemi nel liberarmi dalla morsa della mia possessiva compagna.
Sono sette anni che la desidero. La sogno ogni notte. Cerco, senza successo, di trovare qualcosa di lei in altre donne. Ma come lei non esiste nessun’altra. Lo so, è stato solo un bacio, non c’è stato null’altro. Ci siamo visti in una sola circostanza, oltretutto casuale. Eppure, le emozioni che ho provato in quei maledetti e benedetti venticinque minuti, non le ho più vissute in vita mia. Nessun’altra donna me l’ha fatta scordare. La mia parte razionale mi dice che non la rivedrò più, ne sono conscio. Ma sognare non costa nulla. E il desiderio di Nadia vive ancora in me. Allo stesso modo di quel pomeriggio di sette anni fa.